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Redazione

“Donne che contano i giorni”, la prima nazionale presso la Casa circondariale di Taranto "Carmelo Magli" apre il confronto sul carcere femminile

“Donne che contano i giorni”, la prima nazionale presso la Casa circondariale di Taranto “Carmelo Magli” apre il confronto sul carcere femminile

Il volume di Anna Paola Lacatena, nato da una ricerca condotta negli istituti di Taranto, Lecce e Trani, è stato presentato davanti a una platea numerosa. Al centro dell’incontro la salute delle donne detenute, il bisogno di ascolto e la necessità di trasformare la pena in un autentico percorso di cura e reinserimento

Una partecipazione ampia e qualificata ha accompagnato la prima nazionale di Donne che contano i giorni. Riflessioni e proposte dalla ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, il libro di Anna Paola Lacatena pubblicato da Altrimedia Edizioni con il contributo di Vincenza Ariano, Paola Causo, Sabrina German e Vincenzo Verardi. La presentazione fortemente voluta all’interno della Casa circondariale di Taranto “Carmelo Magli”, grazie alla disponibilità della direttrice dell’Istituto Nicoletta Siliberti, che ha coinvolto i rappresentanti dell’Amministrazione penitenziaria, della sanità, delle professioni, del mondo forense e della tutela dei diritti ha dato all’incontro il carattere di un confronto pubblico su una questione urgente e ancora poco visibile: la condizione delle donne private della libertà personale all’interno di un sistema costruito, organizzato e pensato prevalentemente per gli uomini. Non una semplice presentazione editoriale, dunque, ma un’occasione per portare fuori dalle mura del carcere domande, dati e testimonianze raccolti direttamente nei luoghi della detenzione. Il volume nasce infatti dalla ricerca Il corpo della donna e il carcere, condotta a partire dall’estate del 2025 da operatori del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto. Lo studio ha coinvolto, su base volontaria, 64 donne detenute nella Casa circondariale di Taranto, nella Casa circondariale di Lecce e nella Casa di reclusione femminile di Trani. Vincenza Ariano, direttrice del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto, ha ricondotto la ricerca al lavoro integrato dei servizi e alla necessità di garantire continuità tra la cura all’interno del carcere e quella sul territorio. La salute della persona detenuta, è stato sottolineato, non può essere trattata come un interesse secondario né interrompersi con la fine della pena o con l’accesso a una misura alternativa. Vincenzo Verardi, responsabile del Ser.D. intramurario del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto, ha approfondito la specificità del trattamento delle dipendenze in carcere. Dal confronto è emersa la necessità di percorsi personalizzati, capaci di integrare gli aspetti medici con quelli psicologici, sociali ed educativi e di accompagnare la persona anche nella fase delicata del ritorno all’esterno. Le psicologhe e psicoterapeute Paola Causo e Sabrina German hanno portato l’attenzione sul disagio emotivo e relazionale che la detenzione può produrre o amplificare. Alla prima nazionale hanno preso parte anche il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Puglia e la Basilicata, Pierpaolo D’Andria, e il dirigente responsabile dell’Ufficio III – Detenuti e trattamento del PRAP Puglia e Basilicata, Michele Mirgaldi. La loro presenza ha dato rilievo al confronto sulla necessità di tenere insieme sicurezza, trattamento, dignità e personalizzazione dei percorsi, superando una visione esclusivamente custodiale della detenzione. Il garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Puglia, Piero Rossi, ha contribuito a riportare il dibattito sul terreno dei diritti fondamentali. Il diritto alla salute, alla dignità, alle relazioni affettive e a opportunità trattamentali adeguate non viene meno con la privazione della libertà e deve poter essere esercitato senza differenze ingiustificate tra istituti e territori. La presenza del direttore generale dell’ASL di Taranto, Vito Bavaro, ha richiamato il ruolo decisivo del servizio sanitario pubblico nel garantire alle persone detenute pari opportunità di accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle cure. Al confronto ha partecipato inoltre l’avvocata penalista Maria Pia Scarciglia, presidente di Antigone Puglia. La sua presenza ha legato il contenuto del volume all’attività di osservazione e tutela svolta dall’associazione negli istituti penitenziari.; ad Antigone Puglia sarà  devoluta una parte dei proventi delle vendite del libro, scelta che rafforza la natura civile del progetto editoriale e la volontà di sostenere concretamente il lavoro sui diritti delle persone detenute. La partecipazione dei presidenti degli Ordini degli Avvocati, dei Medici, degli Psicologi e degli Assistenti sociali ha completato il carattere multidisciplinare dell’incontro. Il tema della detenzione femminile, infatti, non può essere affidato a un’unica competenza: richiede il dialogo tra diritto, medicina, psicologia, servizio sociale, amministrazione penitenziaria e territorio. Soltanto una rete stabile può impedire che la persona venga seguita per compartimenti separati e che, una volta fuori dal carcere, si ritrovi nuovamente sola. Gabriella Lanzillotta, direttrice editoriale di Altrimedia, ha ripercorso il valore del lavoro editoriale che ha trasformato una ricerca sul campo in uno strumento accessibile anche al di fuori degli ambienti specialistici. Pubblicare Donne che contano i giorni ha significato dare spazio a una zona d’ombra del sistema penitenziario e rendere leggibili dati, esperienze e proposte senza perdere la voce delle donne che hanno partecipato allo studio. Dalla prima nazionale è emersa una richiesta precisa: superare l’idea di un sistema neutro rispetto al genere. Servono personale formato in medicina di genere, screening periodici, educazione sanitaria, sostegno psicologico, opportunità lavorative e formative non legate agli stereotipi, continuità terapeutica per le donne con dipendenze e maggiore attenzione alle relazioni familiari. Le misure alternative, quando compatibili con la situazione giudiziaria e con la sicurezza, devono inoltre essere considerate anche come strumenti di tutela della salute e di reinserimento.,Il successo di partecipazione della serata ha mostrato quanto questa riflessione sia necessaria. Le donne detenute “contano i giorni” perché il tempo in carcere assume un peso diverso, scandito dalle attese, dalla distanza e dalla necessità di resistere. Ma il titolo del libro contiene anche un’altra sollecitazione: queste donne devono contare per le istituzioni, per i servizi e per la società. La prima presentazione nazionale ha avuto il merito di rendere visibile questa urgenza e di riunire attorno allo stesso tavolo chi amministra la pena, chi garantisce la salute, chi tutela i diritti e chi lavora ogni giorno accanto alle persone ristrette. Il passo successivo sarà trasformare il confronto in pratiche continuative. Perché una pena conforme al senso di umanità non può limitarsi a far trascorrere il tempo: deve offrire strumenti per tornare a viverlo.

A Latronico “L’estate spezzata”: quando la memoria diventa cura

A Latronico “L’estate spezzata”: quando la memoria diventa cura

Nella Sala Sandro Pertini, il libro di Mariapaola Vergallito ha dato vita a un racconto corale sulla tragedia della collina Timpone, intrecciando memoria, responsabilità civile, impegno delle comunità e linguaggio dell’arte

Non è stata soltanto la presentazione di un libro. Quello ospitato nella Sala Sandro Pertini di Latronico è stato soprattutto un incontro con la memoria: quella dolorosa e ancora viva della tragedia che, all’alba del 26 luglio 1986, sconvolse Senise e l’intera Basilicata. Attorno a L’estate spezzata. Storie dalla tragedia della collina Timpone a Senise, 26 luglio 1986, il volume di Mariapaola Vergallito pubblicato da Altrimedia Edizioni, si sono ritrovate istituzioni, associazioni, cittadini e rappresentanti del mondo della cultura. Nel corso della serata, moderata dall’assessora alle Politiche sociali e alle Pari opportunità del Comune di Latronico Maria Filomena Desina, le pagine del libro hanno accompagnato il pubblico dentro una vicenda che non può essere racchiusa soltanto nelle cifre di una catastrofe: otto vittime, famiglie distrutte, abitazioni cancellate e un paese profondamente ferito. Il racconto ha riportato al centro le persone, la loro quotidianità e i piccoli gesti di un’estate che, fino a poche ore prima della frana, sembrava uguale a tante altre.,Ad aprire l’incontro sono stati i saluti dell’amministrazione comunale. Il sindaco di Latronico, Fausto Alberto De Maria, ha richiamato il valore di occasioni capaci di avvicinare le comunità del territorio attraverso la cultura e la condivisione delle rispettive storie. La tragedia del Timpone, pur appartenendo in modo particolare alla memoria di Senise, riguarda infatti tutta la Basilicata e continua a interrogare amministratori e cittadini sul rapporto fra sicurezza, sviluppo e tutela del territorio. È stato poi il racconto di Mariapaola Vergallito a condurre il pubblico nel cuore del libro. L’autrice ha ripercorso il lungo lavoro di ricerca da cui è nato il volume: la consultazione della stampa dell’epoca, le interviste realizzate dal 2006 a oggi, l’incontro con i superstiti e con i familiari delle vittime, il recupero di documenti e fotografie. Un percorso professionale, ma anche profondamente personale, compiuto da una giornalista e cittadina di Senise che ha avvertito la necessità di sottrarre quella storia all’oblio. Vergallito ha spiegato come l’obiettivo non fosse scrivere soltanto la cronaca di una frana, ma restituire un nome, un volto e una voce a chi perse la vita. Nel libro, prima del crollo, ci sono famiglie che preparano una giornata al mare, bambini che giocano, una madre che cura i fiori, un ragazzo che mette da parte i soldi per comprare una fisarmonica e una neonata accolta dall’abbraccio della sorella. È attraverso questi frammenti di normalità che il lettore comprende davvero ciò che la terra portò via quella mattina.,Nel suo intervento, l’autrice ha richiamato anche il lavoro necessario per ricostruire gli allarmi precedenti alla tragedia, le responsabilità umane, la difficile fase dei soccorsi e le promesse che seguirono. La collina Timpone non viene presentata come una natura improvvisamente “maligna”, ma come un territorio fragile i cui segnali avrebbero dovuto essere ascoltati. Da qui uno dei messaggi centrali della serata: la memoria acquista senso quando diventa conoscenza, prevenzione e responsabilità. Enza De Stefano, presidente della Pro Loco di Senise, ha sottolineato il valore del murale realizzato dall’artista Vincenzo Del Vecchio, artista originario di Latronico, che ha raccontato il percorso che lo ha condotto alla realizzazione dell’opera murale La Cura, nata nell’ambito delle iniziative promosse a Senise con la collaborazione della Pro Loco. Il titolo dell’opera è diventato una delle chiavi di lettura dell’intera serata: cura come attenzione verso le persone, custodia della memoria e responsabilità nei confronti dei luoghi che abitiamo. Il suo contributo ha ricordato il lavoro svolto sul territorio per tenere viva la memoria della frana, soprattutto in occasione del quarantesimo anniversario. È emersa la necessità di trasmettere questa storia alle nuove generazioni e di trasformare il 26 luglio in un momento non occasionale di consapevolezza condivisa. Ricordare, in questa prospettiva, non significa riaprire una ferita, ma impedire che le vittime vengano cancellate una seconda volta dal silenzio.,Attraverso il linguaggio delle immagini, Del Vecchio ha mostrato come l’arte possa avvicinarsi anche alle pagine più dolorose della storia senza appropriarsene, offrendo invece uno spazio di elaborazione e condivisione. Il murale non vuole cancellare la ferita, ma renderla visibile e trasformarla in una domanda rivolta al presente. Se il libro ricompone le voci e le storie disperse, l’opera artistica affida quella stessa memoria allo spazio pubblico e allo sguardo della comunità. Il tema della cura ha trovato un ulteriore sviluppo nell’intervento di Addolorata Cantisani, referente di Emergency per il gruppo Lagonegrese. La sua riflessione ha riportato l’attenzione sul valore concreto dell’ascolto, della solidarietà e della responsabilità verso chi attraversa il dolore. Le tragedie mostrano la vulnerabilità delle persone, ma anche la capacità delle comunità di reagire e di costruire legami. La memoria, perciò, non può limitarsi alla commemorazione: deve tradursi in partecipazione, attenzione e impegno civile. Gabriella Lanzillotta di Altrimedia Edizioni ha infine illustrato il significato editoriale del progetto. Pubblicare L’estate spezzata ha voluto dire dare forma stabile a un patrimonio di testimonianze che rischiava di rimanere frammentato. Il libro unisce il rigore della ricostruzione giornalistica alla forza del racconto umano e conserva documenti, immagini e voci utili non soltanto a chi ha vissuto quella stagione, ma anche a chi ne conosce poco o nulla. Nel confronto tra i partecipanti è affiorata più volte una convinzione comune: le catastrofi non terminano nel momento in cui cessano i soccorsi. Continuano nelle assenze, nelle domande senza risposta, nelle ricostruzioni incompiute e nella paura che il ricordo possa scolorire. Per questo il volume di Vergallito non guarda soltanto indietro. La tragedia di Senise diventa una lente attraverso cui osservare la fragilità del territorio italiano, la necessità della prevenzione e il dovere di affidare alla scienza un ruolo centrale nelle scelte urbanistiche e politiche.,La presentazione di Latronico si è così trasformata in un racconto corale, nel quale le parole dell’autrice hanno dialogato con l’impegno delle istituzioni e delle associazioni, con l’esperienza editoriale e con la sensibilità dell’arte. Il pubblico ha potuto conoscere non soltanto la cronaca della frana, ma soprattutto le vite che la precedettero e quelle che, dopo quella mattina, dovettero imparare a proseguire.,Dalla Sala Sandro Pertini è arrivato un invito a non considerare la memoria come un esercizio rivolto esclusivamente al passato. Ricordare la collina Timpone significa interrogare il presente e chiedersi quale responsabilità ciascuno possa assumersi per il futuro. Significa custodire i nomi e le storie, ascoltare i territori e trasformare il dolore in consapevolezza. È forse questo il messaggio più forte lasciato dall’incontro: la memoria non restituisce ciò che è stato perduto, ma può impedire che venga dimenticato. E quando diventa conoscenza, partecipazione e cura, può ancora indicare una strada.

“Donne che contano i giorni”: la detenzione femminile al centro del nuovo libro di Anna Paola Lacatena

“Donne che contano i giorni”: la detenzione femminile al centro del nuovo libro di Anna Paola Lacatena

Entra nel catalogo di Altrimedia Edizioni un volume che intreccia ricerca sul campo, testimonianze e proposte concrete per la tutela della salute e dei diritti delle donne detenute

Altrimedia Edizioni esce con una nuovo titolo: Donne che contano i giorni. Riflessioni e proposte dalla Ricerca “Il corpo della donna e il carcere. Il nuovo saggio di Anna Paola Lacatena, con testi di Vincenza Ariano, Paola Causo, Sabrina German e Vincenzo Verardi. Il volume porta l’attenzione su una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella delle donne detenute, una minoranza all’interno di un sistema penitenziario storicamente pensato e organizzato prevalentemente al maschile. Donne spesso “ultime tra gli ultimi”, sulle quali la privazione della libertà incide in modo specifico, coinvolgendo il corpo, la salute psicologica, la maternità, le relazioni affettive e le possibilità di reinserimento sociale. Al centro del libro c’è la ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, condotta a partire dall’estate 2025 da operatori del Dipartimento delle Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto. Lo studio ha coinvolto, su base volontaria, 64 donne detenute nella Casa Circondariale di Taranto, nella Casa Circondariale di Lecce e nella Casa di Reclusione femminile di Trani. Attraverso questionari, momenti di ascolto e tre focus group, la ricerca indaga come la detenzione trasformi il rapporto delle donne con il proprio corpo e con la propria identità, incidendo sul benessere fisico e mentale, sulla capacità di resilienza e sui legami familiari. Donne che contano i giorni non si limita all’analisi dei dati. Alle riflessioni sulla criminologia femminile, sulla salute, sull’uso di sostanze e sulle condizioni degli istituti penitenziari si affiancano le voci delle donne incontrate durante la ricerca. «Mi piacerebbe essere ascoltata e vista ogni tanto», racconta una delle detenute: una richiesta essenziale di riconoscimento che attraversa l’intero volume. Un capitolo è dedicato alla storia di R., donna e madre detenuta, e al suo percorso di resistenza quotidiana. La sua testimonianza restituisce concretezza al tempo della pena, alla lontananza dai figli, al bisogno di affetto e alla ricerca di un futuro possibile oltre le mura del carcere. Il libro propone inoltre interventi per rendere la detenzione più attenta alle specificità femminili: formazione del personale sanitario sulla medicina di genere, accesso regolare agli screening e alla prevenzione, sostegno alla salute mentale, continuità terapeutica per le donne con disturbi da uso di sostanze e maggiori opportunità formative e professionalizzanti. Dalla ricerca è nato anche il progetto “Vis à vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta”, avviato il 25 novembre 2025, con il coinvolgimento del Dipartimento di Prevenzione della ASL di Taranto, presso la Casa Circondariale “C. Magli” di Taranto. Il percorso ha promosso incontri e attività dedicati alla medicina di genere, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, agli screening oncologici, alle vaccinazioni, alla corretta alimentazione e all’attività fisica. «Questo libro nasce dalla volontà di capire per poi offrire più specifiche e strategiche opportunità di salute», si legge nell’introduzione. Una finalità che fa del volume non soltanto un contributo di studio e sensibilizzazione, ma anche uno strumento di confronto per operatori sanitari e penitenziari, istituzioni, associazioni e cittadini. Una parte dei proventi delle vendite di Donne che contano i giorni saranno devoluti all’Associazione Antigone Puglia, impegnata nella tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.

La memoria della tragedia del Timpone al centro della presentazione de L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito

La memoria della tragedia del Timpone al centro della presentazione de L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito

La memoria di una comunità, il valore della testimonianza e la responsabilità di non lasciare che il tempo trasformi una tragedia in oblio. Sono stati questi i temi al centro della presentazione di L’estate spezzata. Storie dalla tragedia di collina Timpone a Senise, 26 luglio 1986, il volume di Mariapaola Vergallito pubblicato da Altrimedia Edizioni. All’incontro sono intervenuti con l’autrice Valentina Viola, sindaca di Chiaromonte; Rosa Ciminelli, responsabile della Biblioteca comunale “Giovanni Percoco”; Filippo Gazzaneo, scrittore, e Vito Epifania per Altrimedia Edizioni. Le letture sono state curate da Francesco Ciminelli, contribuendo a restituire alla serata la dimensione emotiva delle storie raccolte nel libro. Il volume prende le mosse dalla frana che, all’alba del 26 luglio 1986, travolse la collina Timpone di Senise, provocando otto vittime e segnando profondamente la comunità locale e l’intera Basilicata. Mariapaola Vergallito ricostruisce quelle ore drammatiche e i giorni successivi attraverso la rassegna stampa dell’epoca, documenti, interviste realizzate dal 2006 in poi e testimonianze raccolte nel corso degli anni. Il libro non si limita alla cronaca del disastro. Dietro i numeri della tragedia emergono persone, famiglie, bambini, progetti e vite spezzate. La ricostruzione restituisce il dolore dei sopravvissuti, il lavoro dei soccorritori, le reazioni della comunità e le conseguenze che continuarono a pesare nel tempo, mantenendo al centro il fattore umano. Nel corso della presentazione è stato sottolineato come L’estate spezzata sia anche un’opera di memoria civile. Il racconto nasce infatti dalla necessità di contrastare quella terza fase che spesso segue ogni tragedia: dopo il cordoglio e la rabbia, il rischio dell’oblio. Conservare le testimonianze significa dare un nome alle vittime, riconoscere la sofferenza di chi è rimasto e impedire che le responsabilità vengano cancellate dal trascorrere degli anni. La prefazione del giornalista Renato Cantore inquadra il lavoro di Vergallito come un esempio di “giornalismo civile”: una narrazione rigorosa, attenta ai cittadini, ai diritti e alla partecipazione democratica. La ricostruzione storica diventa così anche uno strumento per interrogare il presente e per dare voce a persone e comunità che rischiano di restare ai margini dell’informazione. Un’attenzione particolare è stata dedicata al rapporto tra la tragedia del Timpone e la fragilità del territorio. Nel volume, il caso di Senise viene letto non soltanto come un evento del passato, ma come un monito sulla necessità della prevenzione, della conoscenza geologica, della manutenzione e di una pianificazione capace di ascoltare i segnali del suolo. La parte dedicata al dissesto idrogeologico amplia il significato della vicenda e richiama la responsabilità delle istituzioni e dei cittadini. La sicurezza non può essere affidata soltanto agli interventi successivi all’emergenza: richiede monitoraggio, informazione, competenze tecniche e scelte pubbliche coerenti con la vulnerabilità dei territori. Il libro conserva anche la memoria della vita quotidiana di Senise prima della frana, di una comunità sospesa tra il mondo contadino e le trasformazioni portate dalla modernizzazione. Attraverso fotografie, documenti e racconti personali, il volume ricostruisce un paesaggio umano e sociale nel quale il destino delle famiglie si intreccia con quello della collina e del paese. Le letture di Francesco Ciminelli hanno accompagnato il percorso della serata, dando voce alle pagine dedicate alle vittime, ai sopravvissuti e alle testimonianze di chi ha continuato a vivere con il peso di quella notte. La parola letteraria e la lettura pubblica hanno così rafforzato il valore dell’incontro come momento di ascolto e partecipazione. La presenza della sindaca Valentina Viola, della responsabile della Biblioteca comunale “Giovanni Percoco” Rosa Ciminelli, dello scrittore Filippo Gazzaneo e di Vito Epifania ha contribuito a costruire un confronto tra istituzioni, cultura, editoria e territorio. La presentazione ha mostrato come un libro possa diventare uno spazio condiviso per riflettere sulla storia locale e sulle responsabilità che riguardano il futuro delle comunità. Con L’estate spezzata, Mariapaola Vergallito consegna ai lettori un lavoro nato da anni di ricerca e da un coinvolgimento personale profondo. La sua è una scrittura che unisce documentazione e partecipazione, memoria e impegno, con l’obiettivo di tenere insieme il ricordo dei morti e la tutela dei vivi. (Photo Copyright @Enza Doria)

A Casino Padula il pane di Matera racconta la storia di una comunità

A Casino Padula il pane di Matera racconta la storia di una comunità

Al centro dell’incontro il valore delle materie prime, delle filiere corte e del Pane di Matera IGP

Il pane di Matera come alimento, ma anche come memoria, cultura e identità. È stato questo il filo conduttore della presentazione di Il pane di Matera. La nostra storia tra farina e Sassi, il volume di Massimo Cifarelli e Rosanna Roselli, svoltasi sabato 12 settembre a Casino Padula, a Matera. L’incontro ha riunito gli autori, l’editore Vito Epifania, il professor Giovanni Caserta, i rappresentanti di Slow Food Matera, con Elena Baldassarre tra i presenti in rappresentanza dell’associazione, e gli organizzatori dell’Associazione Quartiere Agna-Le Piane, rappresentata da Gianni Trentadue. La presentazione è stata l’occasione per ripercorrere il significato profondo di un prodotto che appartiene alla vita quotidiana dei materani e che, nel tempo, è diventato uno dei simboli più riconoscibili della città dei Sassi. Attraverso il libro, il pane è stato raccontato come il risultato di un rapporto antico tra territorio, lavoro, saperi artigianali e comunità. Il volume nasce dall’esperienza di Massimo Cifarelli, panettiere di terza generazione, e dalla scrittura condivisa con Rosanna Roselli. La storia familiare degli autori attraversa il Novecento materano e parte dai forni dei Sassi per arrivare al quartiere di Piccianello, dove la tradizione della panificazione continua a vivere. Il forno di famiglia diventa così non soltanto un luogo di produzione, ma un crocevia di relazioni, racconti e pratiche tramandate di generazione in generazione. Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come il Pane di Matera nasca da ingredienti semplici ma inseparabili dal contesto in cui vengono utilizzati: la semola rimacinata di grano duro, l’acqua, il lievito madre e il sale. La qualità del prodotto, tuttavia, non dipende soltanto dalla ricetta, ma anche dal clima, dalla terra, dalla disponibilità delle materie prime e dalla competenza di chi lavora l’impasto. Da qui il richiamo al valore del grano locale e alla necessità di ricostruire un rapporto più consapevole tra agricoltura, molitura, panificazione e consumo. Il pane, è stato evidenziato, non arriva sulla tavola come un prodotto anonimo: porta con sé una filiera, un paesaggio, un patrimonio di gesti e una responsabilità verso il territorio. Particolare attenzione è stata dedicata al tema delle filiere corte, considerate uno strumento fondamentale per valorizzare le produzioni locali, garantire maggiore tracciabilità e sostenere agricoltori, mugnai e panificatori. Il percorso descritto nel libro mostra infatti l’importanza di mantenere un collegamento diretto tra il campo di grano, il mulino e il forno, restituendo centralità alle varietà cerealicole e alle competenze che rischiano di perdersi. In questo contesto, il riconoscimento del Pane di Matera IGP – Indicazione Geografica Protetta è stato presentato come un passaggio decisivo per tutelare l’identità del prodotto e fissarne le caratteristiche. Il disciplinare di produzione, costruito con il contributo di operatori del settore e studiosi, definisce gli elementi che rendono riconoscibile il Pane di Matera: dalle materie prime alle modalità di lavorazione, dalla forma alle caratteristiche organolettiche. L’IGP non è stata quindi considerata soltanto come una certificazione commerciale, ma come uno strumento di tutela di una storia collettiva. Il marchio racchiude il lavoro di chi ha contribuito a difendere la ricetta e la specificità del pane materano, collegando la qualità del prodotto alla dignità del lavoro e alla salvaguardia delle produzioni del territorio. Il professor Giovanni Caserta ha contribuito a riportare il discorso dentro la storia di Matera, dei suoi Sassi e delle trasformazioni che hanno interessato la città. La vicenda del pane si intreccia infatti con quella degli antichi rioni rupestri, dei forni di quartiere, delle famiglie e dei cambiamenti sociali che hanno accompagnato l’abbandono dei Sassi e la nascita dei nuovi quartieri. Il libro ricorda come, in passato, le famiglie preparassero grandi forme di pane destinate a durare per giorni. La panificazione era un’attività faticosa e rituale, scandita dai tempi dell’impasto, della lievitazione e della cottura nel forno a legna. Il pane rappresentava nutrimento, risparmio, organizzazione della vita domestica e condivisione tra vicini. La riflessione si è poi spostata sul presente e sulle sfide che riguardano il settore. Difendere il Pane di Matera significa preservare un sapere manuale, ma anche interrogarsi sulla provenienza del grano, sulla qualità delle farine, sulla sostenibilità delle produzioni e sulla possibilità di creare economie locali più solide. La presenza di Slow Food Matera ha rafforzato il confronto su questi temi, evidenziando il valore di una cultura alimentare fondata sulla conoscenza delle materie prime, sul rispetto dei tempi naturali, sulla tutela della biodiversità e sulla consapevolezza dei consumatori. Elena Baldassarre, insieme agli altri rappresentanti presenti, ha portato all’incontro la sensibilità dell’associazione verso le produzioni buone, pulite e giuste e verso la difesa dei patrimoni gastronomici locali. Per l’Associazione Quartiere Agna-Le Piane, rappresentata da Gianni Trentadue, l’iniziativa ha costituito un momento di valorizzazione della memoria e dell’identità materana. Promuovere un libro dedicato al pane significa infatti riconoscere il ruolo dei quartieri e delle associazioni nella conservazione delle tradizioni e nella costruzione di occasioni di partecipazione. Il pane di Matera. La nostra storia tra farina e Sassi non è soltanto un libro sulla panificazione. È un viaggio che parte dal chicco di grano e arriva alla pagnotta, attraversando la storia della città, il lavoro dei fornai, il ruolo delle famiglie e la trasformazione di un alimento quotidiano in un simbolo culturale. Attraverso il racconto degli autori, il pane viene restituito alla sua dimensione più autentica: un bene condiviso, capace di unire passato e futuro, tradizione e innovazione, manualità e conoscenza. Un prodotto che, grazie all’IGP, rappresenta oggi un punto di riferimento della filiera agroalimentare lucana e un ambasciatore dell’identità di Matera nel mondo. La presentazione di Casino Padula ha confermato così che parlare di pane significa parlare di territorio. Significa discutere di agricoltura, lavoro, qualità, sostenibilità, memoria e futuro. E significariconoscere che dietro ogni pagnotta ci sono mani, competenze e una storia che merita di essere conosciuta e tutelata. (Photo Copyright @Enza Doria)

Barone per un giorno, a Miglionico il romanzo diventa occasione di confronto sui temi del presente

Barone per un giorno, a Miglionico il romanzo diventa occasione di confronto sui temi del presente

Giuseppe Dalessandro ha presentato la seconda indagine del reporter Luca Laudadio nell’Auditorium del Castello del Malconsiglio, dialogando con la direttrice editoriale Gabriella Lanzillotta e il sindaco Giulio Traietta.  A guidare l’incontro il giornalista Donato Mastrangelo. Non soltanto la presentazione di un libro, ma un confronto ampio sulle inquietudini e sulle trasformazioni della società contemporanea. È questo il tratto che ha caratterizzato l’incontro dedicato a Barone per un giorno. Le indagini di Luca Laudadio, professione reporter, il romanzo di Giuseppe Dalessandro presentato mercoledì 9 settembre 2026 nell’Auditorium del Castello del Malconsiglio di Miglionico. Nel corso dell’appuntamento, promosso da Altrimedia Edizioni in collaborazione con il Comune di Miglionico, l’autore ha dialogato con la direttrice editoriale Gabriella Lanzillotta e con il sindaco Giulio Traietta, sotto la guida del giornalista Donato Mastrangelo. Partendo dalla trama e dai personaggi del libro, la conversazione si è progressivamente allargata alle questioni sociali e geopolitiche che attraversano il nostro tempo. La narrativa è diventata così il punto di partenza per un approfondimento sull’emergenza sociale, sulla disoccupazione, sulla precarietà lavorativa, sull’emarginazione delle persone più fragili e sul bisogno di sicurezza avvertito dalle comunità. Pubblicato da Altrimedia Edizioni, Barone per un giorno è la seconda indagine del reporter Luca Laudadio, già protagonista di Teorema Boikena. Il nuovo romanzo può essere letto come una storia autonoma, ma prosegue anche il percorso umano e professionale di un personaggio chiamato, ancora una volta, a cercare la verità sui fatti mentre prova a fare chiarezza dentro di sé. Dopo sei mesi trascorsi lontano dal proprio paese e dai ricordi di una relazione conclusa dolorosamente, Luca torna a casa. Ad attenderlo trova un misterioso omicidio consumato durante una rievocazione storica. Con il suo intuito giornalistico e con l’aiuto del fidato maresciallo Nicola Melucci, si muove tra indizi, contraddizioni e dinamiche di una piccola comunità nella quale tutti sembrano conoscersi, ma non tutto è come appare. La struttura investigativa, tuttavia, rappresenta soltanto uno dei livelli dell’opera. Barone per un giorno si presenta anche come un romanzo sociale, capace di utilizzare la vicenda criminale per osservare le fragilità individuali e collettive: il disagio economico delle famiglie, la marginalità, la solitudine, le dipendenze, lo spopolamento dei piccoli centri e la progressiva perdita di servizi nelle aree interne. Nel libro trovano spazio le condizioni degli immigrati, la desertificazione giovanile, la chiusura di presidi essenziali e le difficoltà occupazionali. Sono temi che interrogano direttamente il ruolo del giornalismo e la sua capacità di raccontare non soltanto i fatti di cronaca, ma anche i processi meno visibili che modificano la vita quotidiana delle persone. Durante la presentazione, il confronto ha messo in relazione la dimensione locale con quella internazionale. L’esperienza di Luca Laudadio come inviato in Ucraina ha aperto una riflessione sulla guerra, sulle sue conseguenze umane e psicologiche e sulle condizioni di precarietà geopolitica nelle quali vive l’Europa. L’attenzione si è soffermata anche sulla radicalizzazione del confronto politico e sull’ascesa delle destre in diverse parti del mondo: dalla crescita dell’AfD in Sassonia alle dichiarazioni e alle provocazioni politiche di Donald Trump, richiamate come espressioni di un clima nel quale aumentano la polarizzazione, le spinte autoritarie e la difficoltà di costruire uno spazio pubblico fondato sul dialogo. Un altro nucleo importante del dibattito ha riguardato la sicurezza, intesa non soltanto come ordine pubblico o risposta repressiva, ma come condizione che dipende anche dalla presenza delle istituzioni, dal lavoro, dai servizi, dalla scuola, dall’inclusione e dalla tutela delle persone più esposte. In questa prospettiva, le paure collettive non possono essere separate dalle cause sociali che le alimentano. Il sindaco Giulio Traietta, la direttrice editoriale Gabriella Lanzillotta e Giuseppe Dalessandro, sollecitati dalle domande di Donato Mastrangelo, hanno quindi attraversato i diversi piani dell’opera: la costruzione dell’indagine, l’evoluzione del protagonista, il rapporto tra finzione e realtà e la scelta di utilizzare il romanzo come strumento per leggere le contraddizioni del presente. Al centro è rimasta la figura di Luca Laudadio, reporter riservato, leale, talvolta scorbutico e dotato di un forte istinto investigativo. Il suo lavoro lo porta a scavare nelle vite degli altri, ma ogni nuova indagine diventa anche un confronto con le proprie ferite, le proprie paure e il peso delle esperienze vissute, comprese quelle maturate nei territori segnati dalla guerra. L’incontro nell’Auditorium del Castello del Malconsiglio ha mostrato come un romanzo possa superare i confini dell’intrattenimento e trasformarsi in uno spazio di discussione civile. Attraverso il mistero al centro di Barone per un giorno, la presentazione ha restituito una lettura articolata delle fragilità contemporanee, mettendo in relazione la vita delle piccole comunità lucane con i grandi cambiamenti politici e sociali che attraversano il mondo.

La memoria contro l’oblio: a Francavilla in Sinni presentato L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito

La memoria contro l’oblio: a Francavilla in Sinni presentato L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito

Il volume ricostruisce la tragedia della collina Timpone, che il 26 luglio 1986 provocò otto vittime a Senise. L’incontro di sabato 5 settembre è stato organizzato dal circolo FrancaViva Arci, presieduto da Gaetano Viceconte

Un appuntamento che ha offerto l’occasione per riportare l’attenzione su una delle pagine più dolorose della storia recente della Basilicata. Alla presentazione erano presenti anche Gabriella Lanzillotta e il professore Vincenzo Ciminelli, con delega alla Cultura del Comune di Francavilla in Sinni. Il volume nato soprattutto da un legame personale con quei fatti, come ribadito in occasione dell’incontro dalla stessa autrice che, da cittadina di Senise, era ancora bambina nell’estate del 1986, e che rientrata venti anni dopo in Basilicata, al termine degli studi universitari, ha affrontato per la prima volta quella vicenda da giornalista, collaborando alla preparazione di uno speciale della Tgr e contribuendo all’organizzazione di una mostra fotografica. Da quell’esperienza ha maturato la consapevolezza della necessità di raccogliere e preservare una memoria pubblica della tragedia. Nella prefazione, Renato Cantore, ha definito il lavoro un esempio di autentico “giornalismo civile”: una narrazione che ricostruisce i fatti con rigore, mette al centro cittadini e diritti e prova a contrastare la fase più insidiosa che segue ogni tragedia, dopo il cordoglio e la rabbia, infatti, arriva spesso l’oblio e per evitare che questo accada ancora una volta l’autrice ha scritto “L’estate spezzata”. Così, accanto alla ricostruzione storica il libro, che raccoglie contributi di studiosi e professionisti del settore geologico, diventa il punto di partenza per una riflessione sul dissesto idrogeologico, sulla prevenzione e sulla necessità di tradurre le conoscenze scientifiche in scelte amministrative consapevoli. Le appendici fotografiche completano il percorso documentario restituendo immagini dei luoghi, della tragedia e della comunità senisese. Le fotografie non hanno una funzione puramente illustrativa: diventano parte del racconto e contribuiscono a conservare tracce di esistenze, paesaggi e momenti che appartengono alla memoria collettiva. Il messaggio che attraversa L’estate spezzata è chiaro: ricordare le vittime significa anche ascoltare i segnali del territorio, pretendere prevenzione e custodire le testimonianze affinché le parole “mai più” non restino una formula priva di conseguenze.

Barone per un giorno, la seconda avventura di Luca Laudadio, presentato ad Accettura

Barone per un giorno, la seconda avventura di Luca Laudadio, presentato ad Accettura

Alla Villa comunale, Giuseppe Dalessandro ha dialogato con l’editore Gabriella Lanzillotta sul nuovo caso del reporter Luca Laudadio, tra indagine, ritorni e contraddizioni delle piccole comunità

Una serata dedicata alla letteratura, all’indagine e alle dinamiche sociali delle comunità dell’entroterra. Sabato 29 agosto 2026, nella Villa comunale di Accettura, è stato presentato “Barone per un giorno. Le indagini di Luca Laudadio, professione reporter” il nuovo romanzo di Giuseppe Dalessandro pubblicato da Altrimedia Edizioni. Dopo i saluti istituzionali e l’introduzione della consigliera comunale con delega alla Cultura, Marika Loscalzo, l’autore ha dialogato con la direttrice editoriale Gabriella Lanzillotta, accompagnando il pubblico alla scoperta della genesi dell’opera, dei suoi temi e del protagonista Luca Laudadio. Il confronto ha permesso di mettere in luce la duplice anima del libro. Barone per un giorno è un romanzo investigativo, costruito attorno a un omicidio consumato durante una festa di paese e una rievocazione storica, ma è anche un romanzo sociale. Il caso criminale diventa infatti il punto di partenza per osservare una comunità attraversata da tensioni, segreti, ambizioni, fragilità e legami difficili da sciogliere. Al centro della narrazione torna Luca Laudadio, giovane reporter d’inchiesta già protagonista di Teorema Boikena. Dopo sei mesi trascorsi lontano dal proprio paese e dai ricordi di una relazione conclusa tra incomprensioni e silenzi, Luca rientra nei luoghi da cui era partito. Ad attenderlo trova un nuovo delitto, avvenuto nel cuore di una manifestazione collettiva che, dietro la spettacolarità dei costumi e della rievocazione, lascia emergere le contraddizioni della vita locale. L’indagine condotta da Luca, insieme al fidato maresciallo Nicola Melucci, si sviluppa così su più livelli. Alla ricerca del responsabile si affianca quella, più intima, di un uomo costretto a confrontarsi con le proprie ferite, con il significato del ritorno e con la distanza tra ciò che era prima di partire e ciò che è diventato. Il giornalismo investigativo rappresenta per il protagonista uno strumento per avvicinarsi alla verità, ma anche un modo per continuare a interrogare sé stesso. Nel dialogo tra Dalessandro e Lanzillotta è emersa proprio la capacità del romanzo di utilizzare il mistero per raccontare altro: le relazioni tra gli abitanti, il bisogno di riconoscimento, il peso delle apparenze, la solitudine e le difficoltà dei piccoli centri. La comunità non costituisce semplicemente lo sfondo dell’indagine, ma assume il ruolo di un personaggio collettivo, con le proprie memorie, i rituali, le divisioni e il desiderio di resistere alle partenze e alle tentazioni di altrove. La rievocazione storica intorno alla quale prende forma il delitto diventa, in questa prospettiva, una lente attraverso cui osservare la società contemporanea. Dietro l’immagine festosa del paese affiorano rapporti di potere, interessi personali, aspettative economiche, dinamiche politiche e sentimenti privati. Dalessandro costruisce un microcosmo narrativo nel quale realtà e finzione si alimentano reciprocamente, restituendo il ritratto di un territorio riconoscibile pur all’interno di una storia dichiaratamente letteraria. Barone per un giorno può essere letto indipendentemente dal precedente romanzo, ma rappresenta anche una nuova tappa nel percorso umano e professionale di Luca Laudadio; chi ha già incontrato il reporter in Teorema Boikena ne riconoscerà l’inquietudine, il fiuto investigativo, la riservatezza e la ricerca ostinata della verità. Chi comincia da questa storia troverà invece un protagonista complesso, leale e vulnerabile, capace di indagare gli altri mentre prova faticosamente a ricomporre i frammenti della propria esistenza. La presentazione nella Villa comunale ha offerto quindi l’occasione per riflettere sul rapporto tra letteratura e territorio, tra racconto investigativo e osservazione sociale; attraverso il dialogo con l’autore, il libro si è rivelato non soltanto come una storia costruita intorno a un delitto, ma come un viaggio nelle zone più profonde delle persone e delle comunità: quei luoghi nei quali la ricerca della verità, dei fatti come dei sentimenti, finisce sempre per chiedere un prezzo.

A Canna la memoria ritrova voce: presentato il libro di Anita Pitrelli "Cose e cuselle d'u timpe passete"

A Canna la memoria ritrova voce: presentato il libro di Anita Pitrelli “Cose e cuselle d’u timpe passete”

Domenica 9 agosto un incontro dedicato a “Cose e cuselle d’u timpe passete. Canna: la sua cultura, le sue tradizioni, le sue storie”

La presentazione di “Cose e cuselle d’u timpe passete. Canna: la sua cultura, le sue tradizioni, le sue storie” il nuovo volume di Anita Pitrelli, si è rivelato un incontro partecipato, nel quale il libro ha mostrato di non essere  “una semplice” raccolta di pagine dedicate al passato, ma un vero e proprio gesto di cura verso l’identità di una comunità. A dialogare con l’autrice sono stati l’editrice Gabriella Lanzillotta e il sindaco Paolo Stigliano, le letture curate da Vittoria hanno poi restituito alla sala il ritmo, le sonorità e la forza evocativa delle parole custodite nel volume, offrendo al pubblico un accesso diretto alla dimensione poetica e affettiva dell’opera. Il libro, nato da ricordi, riflessioni e ascolto delle voci del paese, è stato un vero e proprio dono che l’autrice ha fatto a se stessa e alla sua comunità di origine. Nella premessa, Anita Pitrelli descrive un itinerario che attraversa luoghi, figure, fatti e sentimenti, riportando alla luce «tempi e mondi dimenticati o perfino perduti». Da questa materia viva prendono forma quattordici componimenti in dialetto, accompagnati dalla traduzione italiana, e un più ampio percorso tra storia locale, usanze, gastronomia, filastrocche, proverbi e lessico cannese. Il dialetto è uno degli elementi più preziosi della pubblicazione: non semplice colore linguistico, ma voce del territorio e archivio di relazioni, gesti e conoscenze. Il volume ricorda come la parlata di Canna sia il risultato di stratificazioni e incontri: alle radici più antiche si affiancano influssi provenienti dal greco, dal latino, dall’arabo e dalle parlate delle regioni vicine. L’appendice lessicale, costruita come una prima campionatura aperta a futuri approfondimenti, rafforza il valore di questo lavoro di conservazione e trasmissione. Tra le pagine affiorano il lavoro contadino e il ciclo delle stagioni, la mietitura, la fiera, la fontana, i giochi dei bambini, l’emigrazione, il focolare domestico, le feste religiose e le tradizioni della tavola. Non è una memoria addolcita o immobile: vi trovano posto la fatica, la povertà, le difficoltà delle famiglie e il desiderio di riscatto che ha attraversato generazioni di cannesi. Proprio per questo il racconto acquista uno spessore collettivo e restituisce la complessità di una piccola comunità del Mezzogiorno. Nel dialogo con Gabriella Lanzillotta e Paolo Stigliano è emersa la funzione culturale di un’opera che unisce testimonianza, ricerca e narrazione., pubblicare e presentare un libro come questo significa riconoscere che la memoria locale non appartiene soltanto a chi l’ha vissuta: è un patrimonio comune, capace di parlare alle generazioni più giovani e di alimentare una più consapevole relazione con i luoghi d’origine. Le letture di Vittoria hanno accompagnato questo passaggio dalla pagina alla voce, rendendo percepibile il legame profondo tra scrittura dialettale e oralità. In esse si è rinnovato quel «paziente ascolto» delle voci degli anziani che l’autrice indica come origine della propria ricerca: un ascolto che salva dall’oblio racconti, modi di dire, immagini e sentimenti. “Cose e cuselle d’u timpe passete” è dunque un omaggio affettuoso a Canna, ma anche un invito a custodire le radici senza rinunciare allo sguardo sul presente. Una pubblicazione che trasforma la memoria individuale in memoria condivisa e restituisce al paese la sua voce, nelle sue parole più antiche e nelle sue storie ancora vive.

A Senise la presentazione de L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito: la memoria del Timpone come responsabilità civile e politica

A Senise la presentazione de L’estate spezzata di Mariapaola Vergallito: la memoria del Timpone come responsabilità civile e politica

Si è svolta ieri, 14 luglio, a Senise, la presentazione del libro L’estate spezzata. Storie dalla tragedia della collina Timpone a Senise, 26 luglio 1986 di Mariapaola Vergallito, con foto di Ottavio Chiaradia, pubblicato da Altrimedia Edizioni. L’incontro, organizzato dalla testate giornalista La Siritide in collaborazione con Altrimedia Edizioni, moderato dal giornalista Angelo Oliveto, ha riportato al centro del dibattito pubblico una delle ferite più profonde della comunità senisese e della Basilicata: la frana della collina Timpone del 26 luglio 1986, che causò la morte di otto persone e la distruzione di un gruppo di case di recente costruzione. Al confronto hanno preso parte l’editrice Gabriella Lanzillotta, la presidente dell’Ordine dei giornalisti Sissi Ruggi, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Basilicata Angelo Chiorazzo, la sindaca di Senise Eleonora Castronuovo, il professore dell’Università degli Studi della Basilicata Mario Bentivenga e una sedia vuota in ricordo dell’amcio, collega e mentore Renato Cantore (autore dlela prefazione del volume). Nel corso della serata, Gabriella Lanzillotta e Sissi Ruggi hanno sottolineato la necessità che la memoria collettiva, custodita e valorizzata nel libro, non resti soltanto esercizio del ricordo, ma diventi una guida per una politica capace di assumersi la responsabilità di dare risposte non più rinviabili. Una responsabilità che riguarda in modo diretto la Basilicata, regione segnata da un quadro di dissesto idrogeologico diffuso e strutturale come ampiamente sottolineato dagli esperti (geologi e docenti universitari) che la giornalista Vergallito ha coinvolto nella stesura del libro). Il volume di Mariapaola Vergallito nasce da un lavoro che l’ha vista impegnata circa 20 anni durante i quali ha ricostruito la vicenda attraverso la raccolta, puntuale e certosina,di rassegna stampa, interviste e testimonianze. L’obiettivo dichiarato dall’autrice è quello di cristallizzare la storia della frana di Senise, i momenti salienti di quelle ore e di quei giorni concitati, con uno sguardo rivolto al futuro e alla tutela del territorio, senza mai dimenticare il fattore umano. La presentazione ha evidenziato proprio questo doppio registro: da un lato il dovere di restituire voce alle vittime, ai sopravvissuti e alla comunità colpita; dall’altro l’urgenza di trasformare quella memoria in coscienza pubblica, prevenzione e responsabilità istituzionale. L’estate spezzata ricostruisce il contesto della tragedia del Timpone e ricorda come Senise fosse già un territorio segnato da fragilità geologiche e da precedenti fenomeni di dissesto. Nel libro si legge che la frana del 1986 si inserì in una storia più ampia di instabilità del territorio e di scelte urbanistiche che impongono ancora oggi una riflessione seria sul rapporto tra comunità, ambiente e sicurezza. «La memoria non può essere un rito sterile — è il messaggio emerso dall’incontro — ma deve diventare responsabilità: verso chi non c’è più, verso chi ha vissuto quella tragedia e verso le generazioni future». La serata di Senise ha così confermato il valore civile del lavoro di Mariapaola Vergallito: un libro che non si limita a raccontare una tragedia, ma invita a interrogarsi su ciò che resta da fare perché il ricordo diventi impegno concreto, perché le parole “mai più” assumano davvero il loro significato.