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Le storie che insegnano ad ascoltare: «C’era una volta una nuvola» di Rossella Acito alla Mondadori di Matera

Le storie che insegnano ad ascoltare: «C’era una volta una nuvola» di Rossella Acito alla Mondadori di Matera

Il dialogo tra Rossella Acito e l’editrice Gabriella Lanzillotta ha attraversato il valore pedagogico, terapeutico e costruttivo della narrazione; gli interventi del pubblico hanno aperto un confronto sull’empatia, sulla pluralità degli sguardi e sull’ascolto come origine di una relazione autentica

Guardare la stessa nuvola e riconoscervi figure diverse: un gesto semplice, capace di raccontare quanto ogni sguardo porti con sé una storia. È anche attraverso questa possibilità di riconoscersi e di scoprire il punto di vista dell’altro che si può leggere il senso dell’incontro dedicato a “C’era una volta una nuvola”, il libro di Rossella Acito pubblicato da Altrimedia Edizioni, presentato giovedì 5 novembre alla libreria Mondadori di Matera. A dialogare con l’autrice è stata l’editrice Gabriella Lanzillotta, che ha accompagnato il confronto attraverso la lente del valore pedagogico, terapeutico e costruttivo delle storie. Un percorso che ha trovato negli interventi del pubblico un proseguimento naturale: i partecipanti hanno condiviso punti di vista e contributi sull’empatia, sul significato dello sguardo e sulla necessità di prendere parte alla costruzione di un dialogo reale, a partire dall’ascolto dell’altro. Il libro nasce dall’incontro fra fotografia e scrittura. Le forme mutevoli delle nuvole, osservate e fotografate da Acito, diventano l’origine di storie nelle quali trovano spazio fragilità, desideri, perdita, amore e possibilità di cambiamento. La pareidolia, il riconoscere figure familiari in forme casuali, è il punto di partenza di un processo creativo che trasforma un’immagine in racconto e lascia al lettore la libertà di incontrarvi qualcosa di sé e in questa prospettiva, il valore pedagogico della narrazione non coincide con una morale da consegnare o con una risposta da imparare ma riguarda piuttosto l’esercizio dell’attenzione: fermarsi, osservare, accettare che ciò che appare evidente a noi possa assumere un significato diverso per un’altra persona. Le storie diventano così un’occasione per interrogare le proprie certezze e avvicinarsi a esperienze che non ci appartengono, senza pretendere di averle già comprese. Anche la dimensione terapeutica trova qui un significato legato all’espressione e al riconoscimento delle emozioni, non una promessa di soluzione al dolore, ma uno spazio simbolico in cui poterlo avvicinare, nominare e condividere. Nella prefazione al volume, la psicologa e psicoterapeuta Carmen Greco sottolinea proprio la presenza di spunti di riflessione, anziché di soluzioni: un equilibrio tra ferite e desiderio di riscatto, vulnerabilità e possibilità di cambiamento. La leggerezza delle nuvole offre un linguaggio attraverso cui guardare all esperienza, con leggerezza che non significa superficialità. Gli interventi del pubblico hanno portato questi temi sul terreno della relazione, condividere il proprio sguardo significa esporsi, ma anche riconoscere agli altri uno spazio che non sia occupato in anticipo dalle nostre interpretazioni. L’empatia, in questo senso, non chiede di vedere tutti la stessa cosa: chiede di dare valore a ciò che l’altro vede e di ascoltare il percorso che lo ha condotto fin lì ed è in questo passaggio che la narrazione rivela anche la sua forza costruttiva. Una storia non si esaurisce necessariamente nella voce di chi la racconta: può suscitare un ricordo, aprire una domanda, generare un’altra storia. Il confronto alla Mondadori ha dato forma a questa circolarità, affiancando al dialogo tra editrice e autrice i contributi dei partecipanti. Il pubblico non è rimasto soltanto destinatario del racconto, ma ha concorso ad arricchirne i significati. Una scelta del libro restituisce con particolare chiarezza questa apertura: le pagine finali sono lasciate a disposizione di chi legge, con l’invito a inventare nuove favole a partire dalle nuvole, il lettore può così proseguire il viaggio, aggiungendo la propria immaginazione a quella dell’autrice, non un significato da ripetere, ma una possibilità da abitare. La presentazione di C’era una volta una nuvola ha messo al centro proprio questo spazio condiviso. Le storie possono educare lo sguardo e offrire parole alle emozioni, ma diventano occasione di incontro quando qualcuno è disposto ad ascoltarle e a lasciarsene interrogare. Come davanti a un cielo che cambia, il dialogo comincia nel momento in cui si accetta che il proprio punto di vista non sia l’unico possibile.

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