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“Donne che contano i giorni”, la prima nazionale presso la Casa circondariale di Taranto "Carmelo Magli" apre il confronto sul carcere femminile

“Donne che contano i giorni”, la prima nazionale presso la Casa circondariale di Taranto “Carmelo Magli” apre il confronto sul carcere femminile

Il volume di Anna Paola Lacatena, nato da una ricerca condotta negli istituti di Taranto, Lecce e Trani, è stato presentato davanti a una platea numerosa. Al centro dell’incontro la salute delle donne detenute, il bisogno di ascolto e la necessità di trasformare la pena in un autentico percorso di cura e reinserimento

Una partecipazione ampia e qualificata ha accompagnato la prima nazionale di Donne che contano i giorni. Riflessioni e proposte dalla ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, il libro di Anna Paola Lacatena pubblicato da Altrimedia Edizioni con il contributo di Vincenza Ariano, Paola Causo, Sabrina German e Vincenzo Verardi. La presentazione fortemente voluta all’interno della Casa circondariale di Taranto “Carmelo Magli”, grazie alla disponibilità della direttrice dell’Istituto Nicoletta Siliberti, che ha coinvolto i rappresentanti dell’Amministrazione penitenziaria, della sanità, delle professioni, del mondo forense e della tutela dei diritti ha dato all’incontro il carattere di un confronto pubblico su una questione urgente e ancora poco visibile: la condizione delle donne private della libertà personale all’interno di un sistema costruito, organizzato e pensato prevalentemente per gli uomini. Non una semplice presentazione editoriale, dunque, ma un’occasione per portare fuori dalle mura del carcere domande, dati e testimonianze raccolti direttamente nei luoghi della detenzione. Il volume nasce infatti dalla ricerca Il corpo della donna e il carcere, condotta a partire dall’estate del 2025 da operatori del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto. Lo studio ha coinvolto, su base volontaria, 64 donne detenute nella Casa circondariale di Taranto, nella Casa circondariale di Lecce e nella Casa di reclusione femminile di Trani. Vincenza Ariano, direttrice del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto, ha ricondotto la ricerca al lavoro integrato dei servizi e alla necessità di garantire continuità tra la cura all’interno del carcere e quella sul territorio. La salute della persona detenuta, è stato sottolineato, non può essere trattata come un interesse secondario né interrompersi con la fine della pena o con l’accesso a una misura alternativa. Vincenzo Verardi, responsabile del Ser.D. intramurario del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto, ha approfondito la specificità del trattamento delle dipendenze in carcere. Dal confronto è emersa la necessità di percorsi personalizzati, capaci di integrare gli aspetti medici con quelli psicologici, sociali ed educativi e di accompagnare la persona anche nella fase delicata del ritorno all’esterno. Le psicologhe e psicoterapeute Paola Causo e Sabrina German hanno portato l’attenzione sul disagio emotivo e relazionale che la detenzione può produrre o amplificare. Alla prima nazionale hanno preso parte anche il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Puglia e la Basilicata, Pierpaolo D’Andria, e il dirigente responsabile dell’Ufficio III – Detenuti e trattamento del PRAP Puglia e Basilicata, Michele Mirgaldi. La loro presenza ha dato rilievo al confronto sulla necessità di tenere insieme sicurezza, trattamento, dignità e personalizzazione dei percorsi, superando una visione esclusivamente custodiale della detenzione. Il garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Puglia, Piero Rossi, ha contribuito a riportare il dibattito sul terreno dei diritti fondamentali. Il diritto alla salute, alla dignità, alle relazioni affettive e a opportunità trattamentali adeguate non viene meno con la privazione della libertà e deve poter essere esercitato senza differenze ingiustificate tra istituti e territori. La presenza del direttore generale dell’ASL di Taranto, Vito Bavaro, ha richiamato il ruolo decisivo del servizio sanitario pubblico nel garantire alle persone detenute pari opportunità di accesso alla prevenzione, alla diagnosi e alle cure. Al confronto ha partecipato inoltre l’avvocata penalista Maria Pia Scarciglia, presidente di Antigone Puglia. La sua presenza ha legato il contenuto del volume all’attività di osservazione e tutela svolta dall’associazione negli istituti penitenziari.; ad Antigone Puglia sarà  devoluta una parte dei proventi delle vendite del libro, scelta che rafforza la natura civile del progetto editoriale e la volontà di sostenere concretamente il lavoro sui diritti delle persone detenute. La partecipazione dei presidenti degli Ordini degli Avvocati, dei Medici, degli Psicologi e degli Assistenti sociali ha completato il carattere multidisciplinare dell’incontro. Il tema della detenzione femminile, infatti, non può essere affidato a un’unica competenza: richiede il dialogo tra diritto, medicina, psicologia, servizio sociale, amministrazione penitenziaria e territorio. Soltanto una rete stabile può impedire che la persona venga seguita per compartimenti separati e che, una volta fuori dal carcere, si ritrovi nuovamente sola. Gabriella Lanzillotta, direttrice editoriale di Altrimedia, ha ripercorso il valore del lavoro editoriale che ha trasformato una ricerca sul campo in uno strumento accessibile anche al di fuori degli ambienti specialistici. Pubblicare Donne che contano i giorni ha significato dare spazio a una zona d’ombra del sistema penitenziario e rendere leggibili dati, esperienze e proposte senza perdere la voce delle donne che hanno partecipato allo studio. Dalla prima nazionale è emersa una richiesta precisa: superare l’idea di un sistema neutro rispetto al genere. Servono personale formato in medicina di genere, screening periodici, educazione sanitaria, sostegno psicologico, opportunità lavorative e formative non legate agli stereotipi, continuità terapeutica per le donne con dipendenze e maggiore attenzione alle relazioni familiari. Le misure alternative, quando compatibili con la situazione giudiziaria e con la sicurezza, devono inoltre essere considerate anche come strumenti di tutela della salute e di reinserimento.,Il successo di partecipazione della serata ha mostrato quanto questa riflessione sia necessaria. Le donne detenute “contano i giorni” perché il tempo in carcere assume un peso diverso, scandito dalle attese, dalla distanza e dalla necessità di resistere. Ma il titolo del libro contiene anche un’altra sollecitazione: queste donne devono contare per le istituzioni, per i servizi e per la società. La prima presentazione nazionale ha avuto il merito di rendere visibile questa urgenza e di riunire attorno allo stesso tavolo chi amministra la pena, chi garantisce la salute, chi tutela i diritti e chi lavora ogni giorno accanto alle persone ristrette. Il passo successivo sarà trasformare il confronto in pratiche continuative. Perché una pena conforme al senso di umanità non può limitarsi a far trascorrere il tempo: deve offrire strumenti per tornare a viverlo.

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